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La Chiesa

Una visita al singolare tempio dedicato a San Giovanni Evangelista con il più prezioso interno barocco.

Documentate e complesse sono le vicende relative alla chiesa. Di quella fatta costruire da Accardo insieme al monastero conosciamo il nome dell’architetto Leo de Gabriele, citato nel Codice misc. Brancacciano della Bibl. Naz. Di Napoli, ma non abbiamo altre indicazioni. In una pergamena del 23 marzo 1356 si riferisce che urgono lavori al chiostro; sempre nella stessa pergamena una  noticia concessionis della badessa Romanca ci rivela che le monache hanno dovuto provvedere alla riparazione delle mura e del convento impegnando alcuni beni per eseguire i lavori.

Una carta di enfiteusi del 31 marzo 1525 ci informa dei restauri fatti eseguire al campanile dalla badessa Raimondina Guarino, la quale cede con l’assenso  del capitolo ad un tal Donato Serratì del casale di Squinzano la terza parte di una masseria di proprietà del monastero in località Galiano allo scopo di mettere insieme la somma per i lavori. Un’iscrizione incisa sul primo piano della torre campanaria nel lato verso nord indica il committente: MACTEUS CALDARARIUS PROCURA(N)TE.

Nella seconda metà del sec. XVI si avverte la necessità di restaurare i monumenti normanni della città perché, danneggiati dal terremoto del 1546 e, perciò, nel 1552 la badessa Caterinella Guarino chiede al papa Giulio III di cedere in enfiteusi una parte del giardino per affrontare le spese necessarie per restaurare chiesa, refettorio e dormitorio.

Invece di essere restaurata, la chiesa fu «nuovamente edificata nel 1607» e l’avvenimento è riportato chiaramente sulla targa, attualmente posta sul portale d’ingresso principale “nem eius, quae Neapoli in Monasterio Reginae Coeli constructa  cernitur”.

In circa vent’anni di lavori, la costruzione è ben lontana dall’essere conclusa. A conferma che la chiesa,  ancora incompleta, fu resa praticabile, ci soccorre la descrizione dell’Infantino e quella del vescovo Pappacoda nella S. Visita del 1640.

Il tempo è descritto con una navata coperta dal tetto ligneo, con pavimento di pietra viva ben squadrata, con cinque sepolture, due acquasantiere predisposte all’ingresso e sul lato sinistro un organo e una comoda sacrestia. Una carta databile al 1682, conservata presso l’Archivio di Lecce così descrive la chiesa: «Della porta della chiesa insino al capo altare sono palmi cento e decinnove di lunghezza. Di larghezza sono palmi quaranta uno. La crocera di lunghezza sono palmi sessanta tre e mezzo. Di larghezza sono palmi trenta sette». La  stessa descrizione si riscontra nella visita di mons. Pignatelli del 1692.

Nella S. Visita di mons. Fabrizio Pignatelli del 1700 il tempio risulta «bene et eleganter dispositum», ha un pregevole soffitto, due archi in pietra, decorati dopo il 1693; risultano, pure realizzate sedi più idonee per le confessioni, un comunichino per ricevere l’Eucaristia, un pulpito amovibile ed in alto quattordici grate, dietro le quali le monache possono assistere alle funzioni. I lavori, già completati nel 1743, sono ricordati nell’epigrafe posti sulla facciata, a sinistra dell’ingresso.

Definitivamente completata fu consacrata nel 1761, come attesta la targa lignea, posta nell’interno sulla porta principale. Nel 1853 sono commissionati «lavori dei maestri fabbricatore , falegname e ferraio, fatti eseguire dal maestro Gaetano Tana fra la soffitta e il tetto della chiesa» e quelli «di pittura eseguiti dal pittore Domenico Conte».

L’ultima descrizione della chiesa è contenuta nella S. Visita di mons. L. Zola del 1880. «Questa di sufficiente grandezza presenta la forma di un Tau: è coperta da tetto, sotto il quale vi è un soffitto di legno con fregi dorati.  Muri nella parte superiore hanno i finestroni muniti dell’invetriate. Sotto questi vi veggono i vani dei coretti muniti di crate con dorature. I due archi maggiori poggiano sui rispettivi pilastri e sono molto ricchi di fregi dorati. Gli archi minori, sotto i quali sono collocati gli altari, poggiano su analoghi piolastri anche decorati da dorature. Il pulpito è di legno con fregi dorati e vedesi attaccato ad un pilastro nel primo arco maggiore presso l’altare di S. Scolastica». Nel mese di maggio 1859 fu collocata l’iscrizione sulla porta della chiesa.

Nel nostro secolo la chiesa viene sottoposta a lavori di consolidamento e di restauro e nel secondo dopoguerra questi saranno seguiti dalle suore e diretti dal Genio Civile di Lecce.

La chiesa del monastero di S. Giovanni rivela subito i segni dei vari interventi architettonici succedutisi nel tempo e che la differenziano notevolmente dal modello napoletano della chiesa di Regina Coeli, che il vescovo Perbenedetti esplicitamente menziona quando visita la chiesa in fase di costruzione. Tale progetto eccessivamente oneroso per le suore, si rivela subito inattuabile e lo stesso Perbenetti impartisce disposizioni perché la chiesa sia completata e agibile al culto al più presto. Tra il 1653 e il 1661, non è più realizzato.

La differenza sostanziale tra le due facciate consiste nel portico: incorporato alla facciata quello di Regina Coeli, addossato al prospetto e particolarmente aggettante quello di S. Giovanni.

Nella chiesa leccese l’esistenza di un atrio che precedeva la chiesa è addirittura segnalata in una pergamena del 1356 («intus in atrio ecclesie monastrii Sancti Johanni Evangeliste monialim de Licio»); l’Infantino lo chiama ‘cortile’ e lo descrive “molt’ampio”.

Nella S. Visita del 1648 è citato un ampio cortile scoperto chiuso da un grande portone con serratura, la cui chiave era custodita da un inserviente del monastero. (Intorno a questo cortile vengono segnalati: a destra vicino all’ingresso  una casa adibita a mulino poi destinata ad abitazione del custode; più in là un ambiente adibito a parlatorio. Dalla parte opposta un’altra «domuncula», per la quale si scendeva al frantoio, poi diventata deposito di legna, seguita dalla casa del giardiniere. Contigua è l’abitazione del custode e la cantina; infine, un grande portone immette nel giardino). Più esplicitamente la S. Visita del 1653 indica «ante ianuam Ecclesie est sub porticum sub fornice…» una scala di pietra che porta alla ruota, da dove viene passata la suppellettile sacra e dal lato opposto un’altra scala che conduce all’organo.

Nella S. Visita del 1661 si accenna ancora ad un atrio, nel quale vi erano cinque fosse per conservare i cereali, poi eliminate. L’interno, ad unica navata con pianta a T, è movimentato dalla presenza di altari barocchi e rococò, di cui i quattro della navata: S. Ignazio e Assunta (costruiti nella prima metà del ‘600 e rifatti nel 1795, come risulta dalla data incisa sull’alt. Dell’Assunta), S. Benedetto (1693), S. Scolastica (1697) sono inseriti in nicchie di breve aggetto. Gli altari del transetto di raffinato gusto rococò, dedicati alla Natività e all’Ascensione con tele del medesimo soggetto di Serafino Elmo (quella della Natività è firmata) vengono realizzati nel 1752. L’altare maggiore, addossato all’abside rettangolare dal breve coro, è stato consacrato nel 1774, mentre il pregevole ciborio in «marmi macchiati e metalli dorati», disegnato dall’architetto romano Francesco Belli, è trasportato da Roma e collocato sull’altare nel 1807. Le due acquasantiere poste ai lati dell’ingresso risultano realizzate nel 1798 a Napoli poi trasportate e collocate in loco.

La navata centrale e il transetto sono ricoperti da soffitti lignei a lacunari esagonali alternati con croci greche, collocati verso la fine del ‘600,  come risulta dalla visita del 1692 «cum suo tectu, sive laqueari affabre elaboratuex ligno et auro». Per la presenza di monache provenienti dalla migliore nobiltà salentina, la suppellettile sacra era veramente notevole.

Quanto di più prezioso oggi rimane è gelosamente custodito negli ambienti vietati dalla clausura, perciò, per capire i meccanismi delle scelte e dare una prima identità agli oggetti, è significativo ripercorrere le aride annotazioni di conti nei già citati «Libri di Int. Et exit.», fonte inesauribile sorprendente per la storia del cenobio leccese.

Nel 1783 si spende «…un docato per un Modello mandato in Napoli per l’apparo della Chiesa, Scatola, docana, Procaccio, e Carta»; «…docati tredici per rifuso d’un Cambio fatto d’un Calice, e due Patene, con un Calice Vecchio».

Nel 1784 si impiegano ancora «docati trecento pagati per il vesto dell’apparato della Chiesa, con tutto il Procaccio, e dogana, ed altre spese occorre per il med,°… ».

Nel 1791 si registrano  «…docati trecento cinquatuno, …spesi in Napoli per un Pallio nuovo ricamato in Oro, cambiato col Pallio usato. Più docati otto, …porto del Pallio nuovo, e trasporto del Pallio vecchio col Procaccio»; «docati ventinove, …per compra di tante legnami servite per il risarcimento del tetto della Chiesa… docati sette… carrette due, e mezza di calce… docati quaranta di M.ri Fabbricatori… docati dodici grana 23 per giornate n.25 di M.ro Fabbricatore, ed altrettante di Manipolo, per acconci in tutte le logge della Comunità, per Tegola Cianche Imbreci».

Nel 1792 si spendono: «…un docato, grana 40 per tanti acconci al Pastorale di S. Benedetto» «più docati diece per un suggello d’argento nuovo, essendosi perduto il vecchio del Monastero».

Nel 1798 sono utilizzati «docati cento quaranta quattro e grana 9 per n.° 4 Portieri di Damasco per le quattro Cappelle della nuova Chiesa, scatole e trasporto … più docati Otto e grana 3 per una Carta di Gloria principio, e lavabo, di Rame bianca, ed una ghirlanda a S. Scolastica…più docati sessanta tre grana 48 per n.° 24 Candelieri di Legno in Argento n.° 5 pettorini, e rinovati, Carte di Gloria Ostensori».

Sostanzialmente la chiesa attuale é quella documentata alla fine del Settecento. Nel corso dei secoli successivi si riscontrano soltanto interventi di ordinaria manutenzione.

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